Cerimonia 2025/26
La cerimonia di consegna degli attestati di maturità del Liceo cantonale di Locarno per l'anno scolastico 2025/26 si è svolta il 27 giugno 2026 (Palexpo, a partire dalle ore 14.00).
Migliori maturità 2025/26 per opzione specifica
- Miglior maturità in assoluto e miglior maturità FAM: Aron Pifferini (media 5.82) - Premio Adriano Mora - Lions Club Locarno.
- Miglior maturità OS Greco o Latino: Sofia Muschietti - Premio in memoria di Padre Giovanni Pozzi.
- Miglior maturità BIC: Alice Fiori - Premio TIBIO.
- Miglior maturità curricolo bilingue (OS FAM): Eliseo Schumacher - Premio Ron Città di Locarno.
- Miglior maturità OS Inglese: Kaya Hurter - Premio Anglo Swiss Club.
- Miglior maturità OS Filosofia Psicologia Pedagogia: Giorgia Migliorati - Premio Associazione Orizzonti filosofici.
- Miglior maturità OS Economia e diritto: Ginevra Burzi - Premio Banca Raiffeisen Locarno.
- Miglior maturità OS Arti visive: Anaisse Manighetti - Premio Monte Verità.
Migliori lavori di maturità 2025/26
- Miglior lavoro di maturità dell'area scienze sperimentali, informatica e sport: Aron Pifferini (LaM Fisica) - Premio Rotary Club Locarno.
- Miglior lavoro di maturità dell'area lingue, letterature ed arti: Alice Fiori (LaM Italiano) - Premio Rotary Club Locarno.
- Miglior lavoro di maturità dell'area scienze umane: Ginevra Burzi (LaM Geografia) - Premio Rotary Club Locarno.
- Miglior lavoro di maturità in Storia: Gloria Pereira Da Silva (LaM Storia e Musica) - Premio Marco Altomare.
- Miglior lavoro di maturità in Geografia: Ginevra Burzi - Premio Mauro Valli.
Intermezzi musicali
I due intermezzi musicali sono stati proposti dagli allievi dell'Opzione complementare di musica di quarta della prof.ssa Francesca Dellea.
Il discorso del Direttore del Liceo di Locarno
Il Direttore del Liceo cantonale di Locarno, Fulvio Cavallini, ha rivolto il consueto saluto alle allieve e agli allievi che hanno ottenuto l'attestato di maturità.
Care ex allieve, cari ex allievi
A voi mi rivolgo innanzi tutto: conclusi e superati gli esami di maturità, prosciolti dagli ultimi obblighi che ancora fino a qualche ora fa vi tenevano legati alla formazione liceale, ne vivete in questi minuti anche l’ultimissimo atto prendendo in consegna l’attestato che certifica il conseguimento della maturità accademica.
A nome del Consiglio di direzione dell’istituto e dei vostri docenti mi congratulo con voi per aver raggiunto un traguardo significativo e attraversato una sorta di confine simbolico, che rappresenta una specie di cerniera che scorre tra un prima e un dopo, il contrarsi del tempo in un attimo in cui il passato al liceo e il futuro da immaginare si annullano e si compenetrano nel presente.
Guardando alla sala da questo podio, da questo punto di osservazione, avverto una sincera, grande soddisfazione per voi e un profondo rispetto per questo vostro indugiare sulla soglia di una tappa essenziale nel percorso più generale della vostra vita.
Siete centotrentanove, rappresentate 139 storie umane diverse, 139 brillanti futuri possibili seduti ordinatamente l’uno accanto all’altro, un’immagine destinata a essere scompaginata nelle prossime settimane, forse già nei prossini giorni, dalle scelte diverse che farete.
Un tempo, l’ingresso nell’età adulta era un percorso definito da una serie di tappe che gli antropologi chiamano "riti di passaggio". C’erano occasioni e momenti identificati, prove collettive di iniziazione, superate le quali la comunità riconosceva i nuovi adulti. C’erano binari tracciati che non consentivano percorsi alternativi. La cerimonia di maturità nasce con questo significato di apertura su un mondo nuovo, di viatico fino a quel momento soltanto intravisto o immaginato, rito di passaggio storicamente destinato alle persone di sesso maschile al pari dell’obbligo di prestare servizio militare, dell’ingresso stabile nel mondo del lavoro, del matrimonio e dell’abbandono della propria casa famigliare. Tappe rigide, discriminanti, a tratti soffocanti, ma con un pregio: erano chiare e rappresentavano un valore all’interno della comunità. C’era una mappa, un riferimento condiviso intorno al quale orientarsi.
Oggi quei riti così indeformabili sono – fortunatamente per un verso – evaporati; i riti di passaggio, nella società di oggi, in cui anche le relazioni umane e le identità mutano rapidamente, producendo incertezza e rafforzando l’individualismo a spese della comunità, tendono infatti a scomparire. La transizione verso il futuro non è più un salto netto, ma un processo fluido, prolungato, a tratti infinitamente lungo. La vostra generazione non può conoscere quel significato ormai superato della maturità, che non fa più parte della mappa collettiva che disegna il passaggio all’età adulta e al destino che ne consegue. Nella società odierna, in cui noi adulti talvolta rubiamo la scena agli adolescenti senza assumerci le responsabilità della nostra condizione e gli adolescenti giocano a fare gli adulti, è grande il rischio che la maturità sia ridotta a qualche nota su una pagella e non rappresenti più la conquista di una nuova condizione.
Perché mi soffermo su questa possibile percezione svalutante della maturità liceale? Beh, perché penso che sia una spia, un sintomo di qualcosa di molto più grande, di enorme, che vi concerne e che ho scelto come leitmotiv di una riflessione che vi lascio per i giorni che verranno. Perché penso che l’assenza di riferimenti potenti, la mancanza di consapevolezza, siano pericolose e che la fluidità eccessiva, il mutamento continuo di una condizione, che non distingue tra un prima e un dopo, un rischio.
Siete in questa sala i rappresentanti della generazione più connessa della storia dell’umanità. Avete il mondo in tasca, letteralmente. Ma questa iper-connessione ha un costo nascosto, la perdita - o il superamento - della società delle cose, degli oggetti. Io vi guardo da qui – colmo di rispetto e di ammirazione - e sento che non appartengo a un’altra generazione, ma a un altro mondo.
Un tempo, quando avevo la vostra età, io e i miei coetanei abitavamo tra cose solide. Cose che duravano. Che resistevano. Che davano stabilità. Come scriveva Hannah Arendt, una filosofa e una scrittrice che personalmente amo molto e la cui lettura posso solo consigliare, le cose stabilizzano la vita umana. Offrono appigli, riferimenti.
La nostra maturità allora era anche l’espressione di quella solidità e di quella concretezza; anche tutto ciò che di quel tempo non rimpiangiamo più, dalle mille imperfezioni della società alle grandi ingiustizie solo parzialmente riparate, era parte integrante e costitutiva di un quadro complessivo che aveva contorni precisi, al cui interno sapevamo come muoverci, perché avevamo tempo e modo di comprenderne i riferimenti, che a loro volta restavano a lungo immutati.
Oggi voi raggiungete l’età della maturità immersi in una realtà configurata diversamente da quella che aveva conosciuto la mia generazione e che ha subìto profonde trasformazioni; noi ambivamo a una società più aperta nel senso di libera, libera dalle costrizioni; voi vivete una società che è già diventata aperta, che è più fluida, liquida, ma non nel senso di più libera; direi invece più esposta ai colpi del destino, più difficile da interpretare, da domare. Se la cifra della nostra condizione allora era la stabilità, quella della vostra condizione è il suo contrario, l’instabilità, l’incertezza, che si manifesta in tutti gli ambiti.
Ad esempio, il lavoro, un tempo considerato stabile e prevedibile, è diventato precario e flessibile; per noi non si poneva la questione dell’occupazione, e nemmeno quella delle trasformazioni radicali delle professioni e della loro rapida evoluzione. Sentivamo, sapevamo che tutto potenzialmente era a portata di mano e che la nostra autorealizzazione sarebbe dipesa quasi esclusivamente dai nostri meriti o demeriti.
Oggi molti vostri coetanei non hanno alcuna speranza immediata di un contratto a tempo indeterminato e sono i terminali del lavoro temporaneo, freelance o a progetto, del lavoro su richiesta, come è offerto da piattaforme come Uber. Il risultato è la moltiplicazione dell’insicurezza economica e la diffusione di una sensazione di stress costante. Ma l’incertezza non si confina al mondo economico, invade ogni aspetto della vita quotidiana, invade le relazioni umane e interpersonali che diventano più fragili, meno durature. Una studentessa o uno studente della mia generazione trasferiti con la macchina del tempo all’interno di una delle nostre classi attuali, prima ancora di questi strani e potentissimi aggeggi che chiamiamo smartphone, ipad o PC, sarebbe colpito dalla ricerca spasmodica dell’autonomia personale, dal soddisfacimento dei bisogni individuali, dalla rarità degli slanci solidali e collettivi che oggi contraddistingue il nostro tempo. Non crederebbe ai suoi occhi nel constatare come i social media abbiano sostituito in parte le interazioni reali, rendendo i legami più veloci da stabilire ma anche più facili da rompere. Sarebbe stupito e incredulo nello scoprire le app di incontri, che offrono infinite possibilità di scelta ma, allo stesso tempo, promuovono relazioni basate su gratificazioni immediate piuttosto che su un reale impegno.
L’impegno oggi fa paura. In un mondo incerto, molte persone temono di legarsi a lungo termine, sia nelle relazioni personali che in quelle professionali, preferendo soluzioni temporanee e flessibili. Oggi sei mio amico, almeno sui social, domani ti cancello e sparisci dalla mia vita, meteora relazionale.
Il punto decisivo è che tutto ciò che stabilizza la vita è impegnativo. La fedeltà. La responsabilità. Acquisire la maturità per aprirsi a una nuova vita, la promessa di un futuro. Tutto questo è impregnato di impegno e l’impegno ci sembra inadeguato, non appartenere a questo tempo. Scrolliamo flussi continui di contenuti che catturano la nostra l’attenzione, ma che non ci chiedono mai di concentrarci su un singolo argomento, di formarci un’opinione, di approfondire criticamente. Restiamo così, quasi inebetiti, dal susseguirsi di dati, di video che consumiamo come bibite o spuntini.
Caratteristica delle informazioni dentro le quali si sviluppano le nostre esistenze è che non sono stabili. Le informazioni vivono di novità, di sorpresa, di eccitazione, non offrono terraferma. Non appena ne giunge una nuova, la precedente svanisce, non conta più, è superata per sempre. Conta l’effetto immediato, non la verità. Ma la verità, diceva ancora Hannah Arendt, è come la terra sotto i piedi.
Insomma, oggi non viviamo più tra le cose, non facciamo più esperienza delle cose concrete, piuttosto viviamo tutti immersi in un flusso costante e incessante di dati. Le cose arretrano, si muovono su uno sfondo indefinito, le informazioni avanzano. Non abitiamo più semplicemente la terra. Abitiamo l’incertezza. Abitiamo il cloud, accumuliamo file, notifiche, aggiornamenti.
I tempi lunghi, la costanza, la durata non sono più al centro dei nostri interessi, ma senza durata non c’è memoria. E senza memoria non c’è identità.
La società all’interno della quale la maturità vi consegna una responsabilità è una società votata al consumo di informazioni, che tuttavia non è neutro, poiché il flusso costante di dati ci bombarda di standard irreali, che hanno effetto soprattutto su chi, come voi, ha raggiunto il tempo di aprirsi alla costruzione del proprio futuro. Gli algoritmi progettati per catturare la vostra attenzione tendono a riprodurre vite perfette, successi precoci, corpi impeccabili, carriere fulminee. La rete è diventata uno specchio deformante, amplifica il confronto continuo con esistenze apparentemente perfette. Le informazioni non informano, men che meno formano, ma deformano. Questo meccanismo perverso distorce la percezione della realtà e ci spinge tutte e tutti a un confronto continuo e spietato con gli altri, alimentando una pressione invisibile ma asfissiante: l'ansia da prestazione sociale, una condizione rarissima nella nostra scuola fino all’esplosione della società digitalizzata e che oggi invece è uno dei motivi principali di sofferenza di non poche nostre allieve e nostri allievi.
Voi siete 139 qui oggi; credo di non sbagliare se ipotizzo dolorosamente e mi sento di affermare, con un senso di colpevolezza, che anche tra di voi qualcuno ha probabilmente dovuto attraversare questo deserto dell’anima, questo continuo specchiarsi della propria persona e della propria personalità nel confronto continuo con l’infinitamente vasta superficie delle personalità degli altri.
Improvvisamente sembra che non ci sia più spazio nemmeno per la lentezza, per il dubbio, per l’attesa. Viviamo oggi in un mondo povero di interruzioni, di pause, di spazi intermedi; voi stessi sapete che anche a scuola le pause sono brevi e sempre indaffarate. Il nostro è un mondo frenetico, come l’attività prodotta dalle macchine che da sole non possono arrestarsi. Malgrado la sua enorme capacità di calcolo ogni computer è stupido nella misura in cui gli manca la capacità di indugiare, di fermarsi a riflettere. Persino dentro la scuola, laboratorio sociale straordinario che proprio questa lentezza dovrebbe curare, si è imposta la narrazione contemporanea per cui dobbiamo tutti essere sempre performanti, sempre "sul pezzo", sempre pronti a mostrare la versione migliore di noi stessi. Questa pervasività digitale ha travolto anche la scuola e l’ha trasformata, ponendo la competitività davanti all’utilità del percorso che permette agli studenti una ricerca della propria identità. Moltiplicata in tutti gli ambiti della nostra società, questa ansia da prestazione contribuisce all’ansia collettiva, un’altra cifra di quest’epoca a cui la maturità vi consegna.
Quando avevo la vostra età, vivevo insieme ai miei coetanei una società imperniata sulla disciplina, i cui cardini erano sostanzialmente due: gli obblighi e i divieti. Non era solo una questione morale o confinata all’educazione, ma una questione molto concreta, direi fisica, che si rifletteva negli spazi, nei luoghi che delimitavano le nostre esistenze. La società era fatta di ospedali, caserme, prigioni, fabbriche e di divisioni severe tra il normale e l’anormale; niente a che vedere con la società che voi vivete alla mia età di allora, fatta di centri commerciali, uffici ovunque, banche, grattacieli, aeroporti, fitness center. Al posto della società degli obblighi e dei divieti è subentrata all’inizio di questo nuovo secolo, suppergiù nello stesso periodo in cui siete venuti al mondo voi, la società della prestazione. Con essa il focus si sposta dal dover fare o dal divieto di fare, al poter fare, ma a un poter fare illimitato, assoluto; la società che vi ha visti crescere è la società del Yes, we can, la società in cui ogni prestazione è possibile, dove non ci sono limiti e si può fare sempre qualcosa in più. I riferimenti non sono più i divieti, gli obblighi, le leggi, ma la motivazione, l’iniziativa, il progetto.
Ai miei tempi un giocatore di calcio o di hockey cambiava squadra attratto da più soldi o dalla prospettiva di vincere di più; oggi – si legge - sposa il progetto della società. Insomma, un progetto non si nega a nessuno, nella società della prestazione, ma tutta questa positività ha un prezzo, un costo terribile: quello per cui esplodono le crisi personali, i fenomeni del burnout e della depressione, che si diffondono anche a causa della pressione della prestazione, della prestazione vista come nuovo obbligo sociale. Gli individui vittime di queste crisi non sono più gli individui soggetti a costrizioni esterne, allo sfruttamento da parte di altri soggetti, ma individui che sfruttano se stessi fino al limite insuperabile, sono vittime e carnefici nello stesso tempo; il non essere più in grado di soddisfare la richiesta di prestazione porta al burnout, alla depressione, alla sofferenza causati da un’accusa che noi rivolgiamo a noi stessi. Viviamo l’ansia di non essere abbastanza.
Ora il punto è che la scuola, anche la nostra, sta assorbendo l’humus di questa società della performance. La formazione liceale ha fatto negli ultimi 20 anni un balzo deciso verso il primato assoluto della misurazione della prestazione al punto che non pochi studenti si identificano con i loro risultati scolastici e credono di essere null’altro che quei risultati. Aumentano così i casi di allievi che provano frustrazione, che sperimentano crisi di ansia, quando non di vero e proprio panico.
Ed è proprio nel contesto di questa società della performance che la scuola sta forse andando in una direzione che la potrebbe portare a commettere un errore madornale: trasmettere ai propri studenti l'idea che sbagliare sia un peccato grave. In questi 4 anni di liceo, molti di voi avranno vissuto esperienze negative, legate a un insuccesso: una brutta nota, una delusione d'amore o nelle relazioni di amicizia, un aiuto sperato ma negato, o semplicemente quel senso di inadeguatezza che vi prende la sera quando non sapete cosa fare della vostra vita. La cultura che impera nella società della prestazione potrebbe lasciare intendere che queste siano battute d'arresto, fallimenti personali, macchie di cui non andare fieri. Ma non è così. Non è così.
Lo sbaglio non è il contrario del successo. Lo sbaglio è il materiale da costruzione del successo. Chi non fallisce mai, semplicemente, sta ripetendo qualcosa che sa già fare; non sta imparando nulla di nuovo. L'insuccesso è un indicatore di direzione: vi dice dove non dovete andare, vi costringe a ricalibrare la rotta, a scoprire risorse interiori che non sapevate di avere. L’esperienza del fallimento o dell’insuccesso testimonia della nostra vulnerabilità e in quanto tale è necessaria alla crescita come individui; essere vulnerabili e aperti alla sconfitta significa autorizzare se stessi a crescere, a evolvere, a costruire. È essenziale saper coltivare un senso di accettazione e di compassione verso se stessi e riconoscere che ci sono dei limiti; il fare sempre di più e meglio non ci migliora necessariamente.
La maturità che simbolicamente vi viene attestata oggi ha molte facce; una di queste certifica una capacità di resilienza superiore a quella degli studenti del passato.
Resilienza è un termine impiegato spesso di questi tempi, talvolta anche a sproposito, direi abusato; resilienza non significa subire passivamente le storture della propria condizione, non significa diventare delle spugne che assorbono i colpi di una società precaria, cinica o disattenta. Quella non è resilienza, è solo rassegnazione.
Le persone resilienti continuano a pensare e ad agire in modo proattivo anche sotto pressione e individuano nuove strategie, nuove possibilità di azione. Chi è resiliente sa affrontare le battute d’arresto. Ciò non significa non fallire mai, ma rialzarsi sempre. Avete dimostrato di possedere queste capacità più e più volte in questi anni al liceo, senza esserne forse del tutto consapevoli. La resilienza, intesa come competenza trasversale che avete sviluppato nel vostro percorso verso la maturità, è la capacità di assorbire l'urto della complessità senza cedervi, mantenendo intatta la capacità di pensare con la propria testa, ad es. di rifiutare i modelli predefiniti suggeriti dall’IA. Siete resilienti quando proteggete la vostra unicità dall'omologazione della rete, quando, davanti a un mondo che vi vuole sottomessi all'ansia del futuro, voi rispondete rimanendo attivi, vigili, critici. La vostra forza non sta nell'essere invulnerabili, ma nel saper gestire la vostra vulnerabilità in mezzo agli altri. Tra le tantissime disponibili, non saprei scegliere la definizione più accurata di resilienza: opto per una citazione di Albert Camus, scrittore e filosofo francese del Novecento nato in Algeria, autore di due romanzi - L’Etranger e La Peste - che forse qualcuno di voi ha frequentato alle lezioni di francese. Oltre 70 anni or sono nel suo saggio Ritorno a Tipaza Camus scrive: “Nel bel mezzo dell'inverno, ho scoperto che vi era in me un'invincibile estate». - uno degli inni più potenti alla resilienza umana.
Ricordo molte lunghe estati dopo la mia maturità, segnate dai semestri in Università e da nuovi esami, da un semestre fuori sede in Germania, da un lungo soggiorno negli Stati Uniti. Mentre la mia piccola storia si dipanava, la Grande Storia a cui nessuno può sfuggire cambiava il mondo. Il gigante sovietico spariva, il Muro che separava la Germania, l’Europa e i blocchi delle ideologie politiche cadeva sotto i colpi di un’umanità che finalmente si ribellava.
Sullo sfondo di questi eventi rivoluzionari si diffuse la convinzione che la democrazia si sarebbe affermata come forma di governo superiore. L’utopia secondo cui il mondo si sarebbe trasformato in una comunità di democrazie liberali, che avrebbero vissuto in pace tra loro, intrattenendo rapporti commerciali e impegnandosi per il benessere dei propri cittadini; questa utopia, sembrava diventare realtà.
Mentre noi allora sognavamo la fine della storia e pensavamo che il modello di Stato della democrazia liberale si sarebbe diffuso a livello globale, oggi voi constatate che si è verificato piuttosto il contrario: non sono le forme di governo democratiche, bensì quelle autocratiche a diffondersi e a minare i pilastri della democrazia, come la separazione dei poteri, i diritti umani e le elezioni libere e imparziali.
Oggi sono i Trump, i Putin e i Netanyahu a prendersi la scena, insieme ai grandi gruppi terroristici. Invece del popolo in festa a Berlino, alla vostra generazione toccano le immagini delle distruzioni a Gaza e a Kiew.
Uno dei pericoli più gravi per la democrazia è la distorsione dei fatti e l’annientamento della verità. Se non sappiamo più riconoscere la verità dei fatti, se i fatti vengono manipolati e i potenti distorcono la realtà a loro piacimento, allora ci viene sottratto il terreno comune su cui possiamo intenderci. Senza fatti affidabili non possiamo formarci un’opinione autonoma, il che alla fine porta i nostri diritti democratici a rimanere lettera morta.
La combinazione tra social media e intelligenza artificiale ha creato un enorme potenziale di disinformazione. Le fake news e i deep fake sono sempre meno riconoscibili come tali e possono diffondersi in un batter d’occhio. Questa condizione riflette un’altra faccia della maturità che simbolicamente vi consegniamo: saper sviluppare un pensiero critico per non farsi manipolare è diventato essenziale.
Beh, ora siete proprio arrivati alla fine di questo percorso liceale. Davanti a voi si spalanca quello che potrebbe apparire come il vuoto del "dopo". Ed è normale, fisiologico, umano se provate una lieve inquietudine. Ma c'è un segreto dietro la scomparsa di quei famosi riti di passaggio di cui parlavo all'inizio. Il fatto che non ci siano binari già tracciati significa che nessuno ha già scritto il vostro destino. Siete la prima generazione che ha il compito – e il privilegio – di scriversi le proprie regole da sola o di riscrivere le vecchie regole. L'incertezza del futuro non è una condanna: è uno spazio vuoto che aspetta solo di essere riempito dalle vostre idee, dalle vostre passioni, dalla vostra unicità.
Vi apprestate ad uscire nel mondo, un mondo complesso, impegnativo, a volte caotico e sgradevole. Ci piacerebbe potervi destinare a un mondo perfetto; siamo adulti, genitori, lo faremmo con tutta l’anima, ma non è in nostro potere. Quello che possiamo fare, è continuare ad avere fiducia in voi e testimoniare la vostra capacità di affrontare le difficoltà e le crisi, di adattarvi, e di ritrovare sempre la via verso un equilibrio. Quello che possiamo fare è riconoscervi la maturità che vi siete meritati.
Non guardate al domani come a una minaccia da cui difendervi, ma come a un territorio da esplorare. Avete gli strumenti cognitivi e intellettuali, avete la sensibilità, avete l'energia per farlo. Uscite da questa sala non come spettatori preoccupati del vostro tempo, ma come attori in grado di stare sulla scena. Prendetevi la vostra libertà. Accettate il rischio di sbagliare. Abitate questo futuro senza paura, perché il futuro, in fin dei conti, siete voi.
Rubo le mie ultime parole di questo lungo saluto al poeta statunitense Walt Whitman che a metà Ottocento nel suo Canto della strada aperta scriveva versi che sembrano dedicati anche a voi, oggi, a voi che li ascoltate in questa sala: “A piedi e con il cuore leggero prendo la strada aperta, in salute, libero, il mondo davanti a me, il lungo sentiero di terra davanti a me, pronto a condurmi ovunque io scelga”.
Buona vita a tutte e a tutti voi!